LA NUOVA DESTRA IN AUSTRIA
A una settimana dalle consultazioni elettorali in Austria per le
politiche, presentiamo ai lettori di InStoria un’analisi della nuova
dirigenza della Freiheitlichen Partei Österreichs (FPÖ), Partito per la
Libertà, il partito che fino alla scissione del 23 aprile 2005 era
guidato da Jörg Haider. La figura di spicco a capo della FPÖ è oggi
Heinz-Christian Strache.
Strache è nato il 12 giugno 1969 a Vienna, nipote di soldato delle SS;
prima di intraprendere la carriera politica è stato un odontotecnico.
Il debutto in politica è stato nel 1991, con la carica di Bezirksrat,
consigliere municipale, che ha ricoperto fino al 1996; nel 1998 è
diventato capo della sezione Wien-Landstraße e incaricato di presiedere
il Ring Freiheitlicher Jugend, l’organizzazione giovanile del FPÖ.
A soli 35 anni è stato nominato, nel 2004, capo della FPÖ di Vienna e,
dopo la scissione di aprile, è stato eletto capo del partito durante un
congresso a Salisburgo con il 93,75% dei voti dei 431 delegati presenti.
Fino alla scissione il suo pensiero politico è stato perfettamente in
linea con quello di Haider; già dai primi mesi del 2005, però, ci sono
state le prime divergenze rispetto alla politica da adottare nel nome
della FPÖ.
Uno dei motivi che hanno portato all’allontanamento di Haider è stato
il voto favorevole della FPÖ di Haider all’entrata della Turchia
nell’UE.
Strache si è conteso la presidenza della FPÖ con Ursula Haubner, la
sorella di Haider; la sua netta vittoria, e il conseguente abbandono
del partito da parte di Haider e dei membri del governo della FPÖ, ha
significato per i Freiheitliche un ritorno alla linea dura e
ultranazionalista che ha caratterizzato la FPÖ dei primi anni,
fortemente intrisa di “Österreichpatriotismus”.
Nell’aprile 2005 Haider ha fondato, sempre a Salisburgo, un nuovo
partito, il Bundnis Zukunft Österreich (BZÖ), Aleanza per il Futuro
dell’Austria.
Per Strache la “secessione” di Haider ha significato l’allontanamento
di un “traditore” e il ritorno all’ideologia della destra estremista e
populista.
Le ultime campagne elettorali della FPÖ sono state caratterizzate da:
1) politiche contro l’immigrazione degli stranieri, in particolare i turchi e gli africani;
2) previsione di permessi di lavoro agli stranieri solo a tempo determinato;
3) lotta contro la criminalità organizzata e non straniera;
4) politiche contro gli omosessuali;
5) misure contro il lavoro nero delle badanti straniere;
6) il rilancio dell’economia austriaca e la stabilità dei prezzi;
7) politiche sociali per la famiglia;
8) Stato sociale solo per gli Austriaci
Gli slogan utilizzati:
1) Wien darf nicht Istanbul werden (Vienna non deve diventare
Istanbul), che riprende un vecchio slogan di Haider Wien darf nicht
Chicago werden (Vienna non deve diventare Chicago);
2) Deutsch statt “nix verstehen” (Lingua tedesca invece di “non capire”);
3) Daham statt Islam (Casa propria invece dell’islam);
4) Pummerin statt Muezzin (Pummerin è soprannominata la grossa campana dello Stephansdom di Vienna);
5) Heimat im Herzen (La patria nel cuore);
6) Arbeit statt Zuwanderung (Posti di lavoro invece dell’immigrazione)
Già nel 2004 l’Oberlandesgericht Wien, il più alto grado di tribunale
per il Land di Vienna, ha emesso una sentenza in cui l’orientamento
politico di Strache è stato considerato pericolosamente vicino
all’ideologia nazionalsocialista.
Si può affermare con certezza che il modello seguito da Strache in
politica è quello del secondo idealtipo weberiano del leader
carismatico e “irrazionale”, che affascina soprattutto le nuove
generazioni.
Durante i “Sommergespräche” di quest’estate, nel pieno della campagna elettorale, in onda sull’emittente di stato ÖRF2, Tatjana Lackner,
direttrice di una scuola di parlare assertivo e consulente d’immagine
per molti politici austriaci, ha analizzato la retorica e il look di
Strache.
In pubblico si presenta sempre con una giacca e senza cravatta,
abbronzato e in forma; ha lavorato molto sulla retorica negli ultimi
tempi e l’articolazione dei suoi discorsi è chiara e facilmente
comprensibile anche alla gente comune.
Durante le interviste alterna slogan a cifre e statistiche, evita
concetti filosofici e prosopopee, utilizza vocaboli semplici ed
espressioni dirette e d’effetto; si serve spesso espressioni come
“l’importante è…”, “adesso arriviamo a un punto che considero
importante”.
In ogni confronto politico ha insistito più volte sulla necessità di
fissare il prezzo della benzina (anche se non ha spiegato come) e
questo è un messaggio che ha fatto presa sulla gente.
A suo sfavore giocano il troppo frequente intercalare con “per meglio
dire”, “certamente” e l’utilizzo di metafore che, se da una parte
rendono comprensibili i concetti, dall’altra fanno sparire per incanto
l’aura carismatica e messianica dal fascino irrazionale del
“trascinafolle”.
Un altro punto debole di Strache è, secondo Tatjana Lackner,
l’abitudine di mostrare le dita quando nomina numeri da 1 a 10: ha un
effetto di estraniazione sul pubblico.
Ancora Strache utilizza spesso, quando gli vengono poste domande
concrete e dirette, la formula impersonale “si”, indice di una
insicurezza rispetto alle soluzioni prospettate.
Nonostante l’aspetto deciso e sicuro che vuole dare di sé non riesce a
nascondere del tutto le sue emozioni: spesso fa riferimento alla sua
esperienza familiare (Strache ha vissuto in casa solo con sua madre
separata); emozioni che cerca talvolta di camuffare con l’aggressività
delle parole, come quando, ad esempio, utilizza l’appellativo
“traditore” per Haider.
In questa ultima campagna elettorale Strache ha voluto trasmettere il
suo messaggio ai giovani attraverso un gingle da scaricare direttamente
dal sito della FPÖ, un rap dal titolo “Österreich zuerst” (Prima di
tutto l’Austria) che, secondo le stime fatte dagli stessi
Freiheitliche, sarebbe stato scaricato ben 158.000 volte.
Riguardo l’attendibilità dei dati forniti dall’Ufficio statistico della
FPÖ ci sono state in passato delle controversie con le ONG e le
associazioni che tutelano i diritti degli stranieri in Austria come, ad
esempio, nel settembre 2005, quando, in occasione di un sondaggio a
cura della FPÖ, in cui si chiedeva al popolo austriaco se era
favorevole o contrario all’immigrazione nel proprio paese, la FPÖ è
stata accusata dalla stampa e dalle ONG di aver falsificato i dati.
Il 13 e 14 novembre 2005 l’FPÖ del neo eletto Strache ha organizzato a
Vienna una conferenza tra i partiti nazionalisti di destra europei che
si è conclusa con la firma della “Dichiarazione di Vienna” in cui si
chiede l’abbandono della politica dell’immigrazione in UE, la difesa
dal terrorismo, dall’”islamizzazione”, dall’imperialismo e
dall’aggressione economica dei paesi con bassi costi di produzione.
Nella Dichiarazione si respinge inoltre la Costituzione europea e si
chiede che a far parte dell’UE siano solo stati che geograficamente e
culturalmente appartengono all’aerea europea e che ne vengano perciò
esclusi tutti i paesi, come ad esempio la Turchia, che per religione,
cultura ed etnia sono lontani dal modello europeo occidentale.
Hanno firmato la dichiarazione Jean-Marie Le Pen per il Front national
(Francia), Alessandra Mussolini per Azione sociale (Italia), hanno
inviato delegati inoltre Altenativa española (Spagna), Grande Roumanie
(Romania), Ataka (Bulgaria), Vlaams Belang, l’ex Vlaam Blok,
(Belgio/Fiandre); non hanno partecipato invece Lega Nord (Italia), PPD,
il Partito del Popolo (Danimarca), PiS, Legge e Giustizia (Polonia),
che però hanno aderito all’iniziativa.
A marzo di quest’anno Strache ha incontrato la Mussolini, convenendo
con la parlamentare italiana che “il fascismo ha dato alla società un
enorme imput allo sviluppo.”
Strache si dichiara contrario all’allargamento alla Turchia, alla
Bulgaria e alla Romania; a detta del capo della FPÖ, da questi ultimi
due paesi “hundertausende Zigeuner warten, zu uns zu kommen” (centinaia
di zingari aspettano per venire da noi [in Austria]).
L’Austria sarebbe, secondo Strache, “ein Magnet für Asylmissbrauch
geworden” (divenuta una calamita per gli abusi verso la legge
sull’asilo) e che la maggior parte dei richiedenti asilo sono in verità
dei trafficanti di droga.
Per Strache responsabile dell’”immigrazione selvaggia”, e quindi del
declino economico e sociale dell’Austria, sarebbe l’uscente primo
Ministro Wolfgang Schlüssel (ÖVP), soprannominato da Strache il
“Mini-Metternich”, “der Schirmherr”, il protettore.
Per arginare gli effetti di una mancata integrazione della comunità
turca in Austria alla fine di maggio di quest’anno i Freihetliche hanno
presentato una proposta di legge che imporrebbe di nuovo la
distribuzione nelle mense scolastiche e degli asili di carne di maiale
senza alcuna alternativa, perché Schnitzel, Leberkäse, macinato e
prosciutto, non solo sarebbero piatti “tipici” austriaci, e per questo
farebbero parte di un programma di integrazione dei Turchi nella
società, ma alimenti ad alto valore nutrizionale a cui i bambini di
origine austriaca non dovrebbero rinunciare a causa dei loro compagni
musulmani.
Se la politica dei Freiheitliche è di così “cattivo gusto”, vorremmo
ricordare al caro Heinz-Christian Strache che una recente indagine a
cura dell’Hauptverband der Sozialversicherungsträger, la Federazione
dei sindacati austriaci, per la prima volta a gennaio di quest’anno in
Austria ci sono stati più lavoratori provenienti dalla Germania che
turchi. Il numero dei tedeschi è salito a 52.692 e quello dei turchi è
sceso a 50.763.
Un effetto dell’entrata dell’Austria nell’EU e della mobilità
all’interno dei paesi membri; all’inizio del 1995, infatti, il numero
dei lavoratori tedeschi in Austria era appena di 13.438, mentre per i
turchi le cifre erano di 54.733. Nel 2003 il numero dei tedeschi era
quasi triplicato: 31.276 contro i 55.726 dei turchi; nel 2004 il
confronto era di 38.593 contro 54.655, con un leggero incremento dei
tedeschi e un impercettibile decremento dei turchi; nel 2005 il numero
dei tedeschi è aumentato notevolmente fino a raggiungere le 46.726
unità contro le 55.039 dei turchi.
Il gruppo etnico più rappresentato in Austria nel mercato del lavoro
rimane comunque quello che in Austria statisticamente parlando viene
definito come “ex-Jugoslavi”, che a gennaio di quest’anno hanno
raggiunto la cifra di 145.273 unità.
Complessivamente a gennaio sono stati rilevati 3.168.894 lavoratori dipendenti, di cui solo 365.906 stranieri.
Il timore della “terza invasione della Mezzaluna” rimane perciò confinato nelle politiche xenofobiche della FPÖ.
Nel prossimo numero, a pochi giorni dalla formazione del nuovo governo
austriaco, analizzeremo la politica del partito di estrema destra
antagonista dei Freiheitliche, la BZÖ di Jörg Haider.
Quelle



